RECENSIONE DI “L’ULTIMA
NOTTE DI WILLIE JONES” DI ELIZABETH H. WINTHROP
1943. St. Martinville, Lousiana. Willie
Jones è un giovane nero di 18 anni accusato di aver violentato una ragazza
bianca. Condannato per il crimine, è stato condannato a morte su sedia
elettrica. Per tutti, o per la maggior parte, Willie è colpevole. Colpevole di
aver osato amare una ragazza bianca; colpevole di un atto d’amore che gli viene
ascritto come reato ma soprattutto di essere un “negro” negli Stati Uniti degli
anni 40 dove il razzismo è ancora vivo e vegeto.
La storia si sviluppa come un
racconto corale nel quale ognuno dei protagonisti racconta la vicenda dal suo
punto di vista.
C’è Polly, il procuratore
distrettuale che ha contribuito alla
condanna di Willie, più per obbligo che per reale convinzione della sua
colpevolezza e che vive un tormento interiore profondo. Suppone che il ragazzo
sia innocente e non riesce a guardare in faccia la moglie Nell e il figlio Gabe
che lo accusano di essersi fatto coinvolgere dal clima ostile che domina la
comunità.
E poi ci sono Ora e Dale, i gestori
dell’unico distributore di benzina della zona. Una coppia straziata dalla
lontananza dal loro unico figlio Tobe, mandato a morire in una guerra lontana
da loro. Ora, che si prodiga per i bambini di colore che vivono ai margini
della loro proprietà mentre Dale è animato da un forte sentimento di odioso
razzismo.
E poi c’è Frank, il padre di
Willie. Un uomo sconfitto dalla vita, costretto ad aspettare l’inevitabile morte del figlio e condannato a doverlo
seppellire.
“L’ultima notte di Willie Jones”
di Elizabeth H. Winthrop, edito da Solferino, è una storia che si dipana come
un diario, una vicenda umana durissima che trae spunto, come ci dice l’autrice
alla fine del libro, da vicende reali e personaggi realmente vissuti.
Un racconto che non può e non
deve lasciare indifferenti. La paura del diverso; il razzismo che si accompagna
al pregiudizio; la giustizia dell’uomo che si erge al di sopra della vita stessa
e che agisce come Legge del Taglione.
Chi siamo noi per decidere chi
deve vivere o morire? Può, il solo colore della pelle, diventare elemento di
esclusione e di intolleranza?
Una storia che non lascia
indifferenti e purtroppo ancora attuale che ci insegna che, nonostante l’epoca
ultramoderna e ipertecnologica, in certe parti del mondo avere un colore della
pelle diverso può diventare una colpa.

Nessun commento:
Posta un commento