lunedì 4 febbraio 2019





RECENSIONE DI “L’ULTIMA NOTTE DI WILLIE JONES” DI ELIZABETH H. WINTHROP

1943. St. Martinville, Lousiana. Willie Jones è un giovane nero di 18 anni accusato di aver violentato una ragazza bianca. Condannato per il crimine, è stato condannato a morte su sedia elettrica. Per tutti, o per la maggior parte, Willie è colpevole. Colpevole di aver osato amare una ragazza bianca; colpevole di un atto d’amore che gli viene ascritto come reato ma soprattutto di essere un “negro” negli Stati Uniti degli anni 40 dove il razzismo è ancora vivo e vegeto.
La storia si sviluppa come un racconto corale nel quale ognuno dei protagonisti racconta la vicenda dal suo punto di vista.
C’è Polly, il procuratore distrettuale  che ha contribuito alla condanna di Willie, più per obbligo che per reale convinzione della sua colpevolezza e che vive un tormento interiore profondo. Suppone che il ragazzo sia innocente e non riesce a guardare in faccia la moglie Nell e il figlio Gabe che lo accusano di essersi fatto coinvolgere dal clima ostile che domina la comunità.
E poi ci sono Ora e Dale, i gestori dell’unico distributore di benzina della zona. Una coppia straziata dalla lontananza dal loro unico figlio Tobe, mandato a morire in una guerra lontana da loro. Ora, che si prodiga per i bambini di colore che vivono ai margini della loro proprietà mentre Dale è animato da un forte sentimento di odioso razzismo.
E poi c’è Frank, il padre di Willie. Un uomo sconfitto dalla vita, costretto ad aspettare l’inevitabile  morte del figlio e condannato a doverlo seppellire.
“L’ultima notte di Willie Jones” di Elizabeth H. Winthrop, edito da Solferino, è una storia che si dipana come un diario, una vicenda umana durissima che trae spunto, come ci dice l’autrice alla fine del libro, da vicende reali e personaggi realmente vissuti.
Un racconto che non può e non deve lasciare indifferenti. La paura del diverso; il razzismo che si accompagna al pregiudizio; la giustizia dell’uomo che si erge al di sopra della vita stessa e che agisce come Legge del Taglione.
Chi siamo noi per decidere chi deve vivere o morire? Può, il solo colore della pelle, diventare elemento di esclusione e di intolleranza?
Una storia che non lascia indifferenti e purtroppo ancora attuale  che ci insegna che, nonostante l’epoca ultramoderna e ipertecnologica, in certe parti del mondo avere un colore della pelle diverso può diventare una colpa.




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